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11/02/2033 20:10:04

Depistaggi - Nessuna produttività - Moti perpetui - Signore dai facili costumi - Orbite circumlunari - Linguaggi di programmazione - Fiducia reciproca - Tradizione elfica - Bussare alle porte - L’avvento delle nanotecnologie - Fenomeni insapettati - Meretrici - Frullatori e tostapani - Culti da redimere - Epidemie - Manifestazioni e rivolte - Depersonalizzazione - Offerte commerciali - Sensi nascosti - Scambi emotivi - Droghe sintetiche - Ottiche di visione - Caro vita - Teatri e bar - Indice di gradimento - Famiglie - Animali domestici - Scale a chiocciola - Quartieri e periferie - Dispositivi di puntamento - Vincere la paura - La fine del mondo - Diagrammi - Caffeina - Il traffico cittadino - Termodinamica - Malattie - Attacchi di panico - Piccole cose - I Templari - La nuova era - Incomprensibilità agli occhi degli scettici - Autenticazioni - Scimmie impazzite - Morte - Omeopatia - Statistiche - Zone quiete - Multimedialità - Neon - Pavimentazione e rivestimenti - Zombie - Circuiti stampati - A lettere cubitali - Farina - Gabbie - Droidi - Il pattinodromo - Gelosie infondate - Presenze - Staccare la spina - Autocombustione - Degenerazione telematica - Botteghe - Effetto serra - Infanzia - Anomalie di funzionamento - La vincita del bene sul male - Segnalazioni navali - Fotosintesi - Ansia - Infrastrutture - Crittografia a chiave pubblica - Ustioni di secondo grado - Parcheggi - Benessere sociale - Costruzione di un futuro - Arti magiche - Risparmi di una vita - Uso di termini impropri - Risolutori di enigmi - Macchine a controllo numerico - La tavola degli elementi - Presagi - Pan di zenzero - Energia eolica…

12/02/2033 4:28:21

Ricordo gli anni dello spam, dei worm polimorfici e multipiattaforma. Sembrava quasi che internet, la rete multiscopo, fosse nelle mani delle figure sinistre che la popolavano. Hackers, virus writers, spammers, crackers, terroristi, ladri di dati. Del resto era un’unica rete per tutti, la globalità multiprotocollo, la madre di tutte le reti che usava crittografie deboli per cercare di conservare un minimo di dignità. La rete universale, mondiale, globale, come i problemi da cui era segnata. La parte divertente, rimanevano comunque i nodi. I punti di interconnessione delle maglie della rete, gli incroci. I routers, configurati da mani leggere…

18/02/2033 19:27:04

Dalla finestra del primo piano filtra luce solare. Una meraviglia. Era dal duemiladieci che non vedevo uno spettacolo del genere. Avevo una trentina d’anni all’epoca, un umano sano, intatto nelle sue funzioni biomolecolari e totalmente funzionante. Impiegato in un grande complesso industriale di zona, un letto in cui dormire, amici da vedere, relazioni sentimentali da gestire, attività fisica, tasse statali, zero vizi. Il sole a quei tempi faceva capolino a giorni alterni, le stagioni erano ancora ben definite, primavera estate autunno inverno. Mi muovevo in base ad esse, fiutando raggi uva. In primavera estate mi aprivo al mondo, in autunno inverno mi chiudevo dentro me. L’estate disimpegnata e divertente l’inverno riflessivo e noioso. In fin dei conti le vivevo come gran parte degli umani e forse era proprio per questo che non mi sentivo particolarmente soddisfatto in quegli anni sulla terra…

19/02/2033 01:06:12

Dora dovrebbe arrivare. Quella donna è sempre in ritardo, metodicamente in ritardo. Se avessi un discreto progetto su cui credere di certo non sarei qui a contare i secondi che mancano al suo arrivo. Invece questo periodo della mia vita è così. Sottile, inconsistente, instabile, deprimente, fiacco e inutilmente lungo. Debole mi guardo attorno, si prevede nessuna risposta dagli oggetti circostanti. L’ampio finestrone telescopico-orbitale di fronte a me cattura e riporta a pixel scintillanti l’atollo di Shaviyani, se ne resta muto di fronte a tanto splendore ma non suggerisce nulla oltre alla quiete del luogo. Sul mio desk una tazza di tea oramai freddo con una fetta d’arancia galleggiante, zucchero di canna rovesciato dal mio fare maldestro ed un portapenne. Un inutile portapenne in rete d’alluminio con fondino in velluto blu, zeppo di penne, che non userò mai. Fogli di carta bianca pinzati da un mollettone d’acciaio. Fogli ancora troppo bianchi per contenere un minimo d’illuminazione. Come previsto di idee in questa stanza manco l’ombra e Dora ancora non arriva…

04/03/2033 10:38:00

Il progetto a cui sto lavorando ha tutti i presupposti per funzionare, risulterà con certezza l’ennesimo fallimento. Comunque sia traccio schemi atti a definirlo, cos’ero prima della ricostruzione cellulare, cosa sono, cosa diventerò. Scrivere, criogenizzare letteralmente i pensieri dati dalle esperienze umane e non. Probabilmente questo lo so fare o, indistintamente da questo, è l’ultima cosa che mi rimane da fare. Isolate dal mondo, se non per uno scambio termico, le piattaforme extramondo amplificano il senso di nullità dell’essere umano. Triste conclusione dato che da quando sono state costruite ho sempre pensato il contrario. Chi, mi chiedevo, non vorrà vivere più a lungo? Chi non vorrebbe abbattere i mali che mietono la società? Chi non accetterebbe la continuità della propria esistenza lontano da rischi? Domande a risposta universale, se non si valutassero i dettagli. La mia scelta è stata fatta, certo, ma mi ritrovo ancora a parlarne. Le effimere tematiche che mi accingo a portare avanti si rivelano essere lo slancio per l’ennesima analisi delle mie scelte passate. Forse rileggendo le righe di queste emozioni scritte troverò la risposta. Forse sono caduto per l’ennesima volta dentro me stesso…

14/03/2033 00:03:00

L’avvisaglia di nuove ludiche interfacce corticali mette in luce ancora una volta quanto necessario sia per ogni umano modificare la realtà. Certo, realtà intesa sinteticamente come la somma delle percezioni degli organi di senso. Mi scappa da ridere al pensiero dei ricercatori in bianco di quello che non c’è, teste cieche al cospetto di quello che già esiste. Rido e mi abbandono al riposo dei sensi, non mi resta che affidarmi a loro. Ore 00:02. Non mi restano che loro. Ore 00:03. Non mi restano che loro. Fatevi avanti. Meccanismi della psiche, risultati delle nostre paure, precursori di verità. Sogni lucidi, e questa dovrebbe essere la quarta notte di seguito…

15/03/2033 19:34:12

Sono 24 giorni che Dora non si fa sentire. Il Desk segnala che non si trova nella mia stessa piattaforma. Strano. Come dovrei sentirmi? Non ho la forza per alzarmi dal letto, manco fosse mattina. Penso proprio che per alzarsi serva un motivo concreto, un esigenza biologica, o in linea di massima una buona illusione. Bene, io non ho nessuna delle tre. Senso del lavoro. Il frigorifero piange. La radio fa la preziosa, non sceglie onda alcuna. L’ultima grande illusione è stata quella di prolungare la mia vita assicurandomi felicità protratta. Uno dei tanti errori. Vediamo se trovo qualcosa tra i cuscini. Nulla, solo tepore. Disteso supino il soffitto suggerisce di voltarmi, insinua che la sua funzione è di sorreggere la cella sopra alla mia, non è lì per dare un senso alla mia esistenza artificialmente lunga ed inuitile. Zotico di merda. Rotazione di quarantacinque gradi, sbuffo sorriso. Compare lui, Pasadena, ologramma obsoleto in via d’estinzione torreggiante alla destra del mio letto, insulso come non mai. L’unica macchina di cui ancora riesco a fidarmi. Più che un ologramma, un figo della madonna. Lo acquistai nel duemiladodici da un contrabbandiere della piattaforma Enon in cambio di particolari favori. Esatto, particolari favori informatici. Gli ologrammi nel duemiladodici erano di un surrealismo imbarazzante, la realtà artificiale non era ancora matura per farli interagire degnamente con gli umani. Il risultato? Facevano ridere a sbrega. Non trattengo le risate, mi copro tutto emozionato, rifaccio capolino guardandolo ancora, rido. Sono un ragazzo con problemi. Pupotto traslucente ridicolo e silente per fortuna che ci sei tu, sono certo che continuerò per anni a preferirti al soffitto. Zotico di merda…

16/03/2033 14:42:00

Piovono supernove. Rovisto nel passato a caccia di un senso per il mio presente. Dai files di testo appaiono commenti di viaggi terrestri, quando ancora ero conscio di possedere me stesso. Maldestro e smanioso esploratore di continenti e culture quale ero…
“I sambadores non hanno i piumoni giganti in testa, non sono donne dai culi fin troppo alti, non ci sono cuiche, manco c’è il cristo di Rio de Janeiro. Salvador, Bahia, Brasile. Le donne pestano il sudiciume, incantevoli e vecchie nei pizzi d’oro passione. Gli uomini se ne sbattono dei pizzi e pestano gli atabaques e i pandeiri fino a farsi sanguinare le mani, sono vecchi anche loro, portano sgualciti cappelli di paglia tinti giallo ocra, sono corpi consumati dal tempo, malconci e di un malconcio scavato che può averlo fatto solo il sertão. Almeno sono sporco e puzzo di sudore, con questo me la cavo, mischiato all’odore del piscio che sale dai muri sono l’uomo giusto al momento giusto. Tralasciando tutta la fredda e insulsa analisi musicale da pentagramma arrivo al dunque in tempo zero, questa è musica che un europeo si sogna di fare. E non c’entra la tecnica, se non sei senza denti, mezzo rachitico e sfatto di pinghe sei fuori, non ci riuscirai mai. Servono dita lunge e nocche nodose, i calli e le unghie sporche per suonare al meglio un pandeiro. Se puzzi di merda tanto meglio. Devi essere un uomo lasciato a maggese per poter suonare la samba. Uso l’unto del suolo per fare perno su me stesso, ballo piano e mi curo di dosare al meglio le forze. Questa non è gente che smette facile.” In passato a qualcosa forse sono servito, ma adesso? Taoismo, confucianesimo, induismo, buddismo, giudaismo, cristianesimo e islamismo. Urge una religione. Urge un feticcio con cui sfogarmi…

19/03/2033 23:44:37

La mia natura è conforme a quella di una meteora che sfiora il suolo per evitare l’impatto e poter continuare la sua missione. Missione che ancora non conosco…

22/03/2033 09:34:00

Fuori, rarefazioni di elementi gassosi, dentro, Pasadena trasmette nostalgiche onde folk post adolescenziali. “Ess vida sabe qu’nhôs ta vivê, parodia dia e note manché”. Dora è in piedi, lucida e scavata, oggettivamente determinata, mi fissa senza dire una parola. “Ess convivência dess nhôs vivência”. Non ho idea di quando sia arrivata, né di come, né del perchè. “Paciência dum consequência”. Fin dai tempi sulla terra era impossibile avere notizie dei suoi transiti. Scompare e riappare senza preavviso alcuno. Lei è così. Stella nella mesosfera. Imprevista più che imprevedibile. Donna razionalmente fuori controllo. “Sem maca ma cu sabura”. Indossa la stessa tuta antibatterica e le stesse sneaker in microfibra traslucide che indossiamo tutti, l’unificazione tessile ha portato notevoli semplificazioni. Standardizzata e comunque diversa. Tace, e questo è un bruttissimo o un bellissimo segno. Contraddittoriamente stabile ed ambigua. “Resistência dum estravagância”. Fuori, nubi lucenti e cristalli di ghiaccio, dentro, Pasadena tace e Dora inizia ad esprimere. Non chiedo, ascolto. Tutto avrei pensato fuorchè all’inizio di una nuova esistenza…

27/03/2033 16:26:16

“Ho incontrato” “Pasadena mode off” “Controllo Drome, controllo questo è il male del secolo” “Trasmettono corticalmente, come nei film anni ottanta” “Hanno in mente qualcosa” Ke kopa thuso tswee.. “L’ansia che avverti ha sempre avuto un fondamento preciso” “Inganni Drome, ancora inganni per la psiche” “Siamo i primi a saperlo, siamo i primi a dover agire” “Questo non è il limbo extramondo che sognavamo tutti” “L’aria fine, l’isolamento, la lunga vita, i conforts non sono altro che leve controllate da loro” “Hai poco da startene qui rinchiuso” A re tsamaye.. “Sì, lascia stare” “Riesumando antiche lingue africane per comunicare” “L’implosione tecnologica che aspettavamo”. Dora continua nel suo andirivieni comunicativo disegnando con mani sinuose invisibili figure simmetriche, è precisa, impeccabile, caleidoscopica… mia oratrice di sventure…

03/04/2033 20:22:12

Stati di agitazione nel mio sonno. Sudo e respiro stati di agitazione nel mio sonno…

“Treviso, Italia, città noiosamente benestante. Dentro ad essa io ed altri due cari amici, i quali nomi, in questo contesto, risulterebbero alquanto irrilevanti. Seduti comodi sulle mura di cinta della città, alla nostra sinistra la porta S. Tommaso. Notte di mezza estate, circa le dieci di sera, tre calici di prosecco in mano, nulla da festeggiare, noi lucidi in t-shirt griffate, donne addobbate da recensire, ironie sottili quanto le loro caviglie, nulla che potesse accadere, serenità apparente ed inutilità di fondo, una noia da suicidio istantaneo. L’unico elemento che spiccava nella banalità di quella notte era lei, la luna piena, enorme e lucente. Arancione di cadmio zero. Ricordo di aver detto di non aver mai visto una luna di tal splendore. Luna non considerata dalla platea di sfilate umane. Immobile e sinistra irradiava l’ambiente, incurante di quello che sarebbe accaduto. Io la fissavo distratto ed annoiato quando, ad un certo punto, si spense. Nessuno si accorse di nulla. Almeno fino a quando il cielo scoccò il primo frammento di fuoco. Condriti incandescenti sibilanti nel buio, gli ospiti inaspettati della notte mondana erano arrivati, senza preavviso, senza stile, nel pieno della loro maleducazione. Le prime grida dei terrestri si moltiplicarono. Presagi di morte certa. Il cielo in fiamme, scavato dalle traiettorie diagonali di frammenti sempre più grossi. Il macabro fuggi fuggi generale era reso ridicolo da qualche testa che si apriva in corsa. Io e gli altri due amici avvolti dallo stupore ci lanciammo sotto ad un porticato a caccia di risposte. Demoni dimenticati dagli inferi, implosioni cosmiche, porte nel tempo. Più eccitati che impauriti, dentro noi ancora segni sinceri d’incoscienza giovanile. Alle nostre spalle, ai piedi di una chiesa, qualcuno citava a gran voce passi del vangelo che potessero in qualche modo dare una motivazione credibile alla pioggia di fuoco, esorcizzando così le paure nei cuori dei fedeli in ascolto. Ai nostri occhi l’ennesimo tentativo di quietare gli ingenui. Non c’era più nulla da ridere, non c’era più nulla di irrilevante di cui vantarsi, nessun bicchiere da alzare guardandosi negli occhi, l’estetica spazzata via dalla paura. L’impotenza umana in primo piano, proiettata in tutte le sale, a tutte le ore, per gli amanti del cinema e non. Scia di morte, entrata gratis, spettacolo tetro.”

Stati di agitazione nel mio sonno. Sudo e respiro stati di agitazione nel mio sonno…

05/04/2033 09:08:00

La temperatura è costante, 19 gradi precisi. L’aria all’interno della cella è finemente filtrata, sembra profumare di cedro. Se non echeggiassero ancora le parole di Dora dentro alla mia scatola ci sarebbe pure il silenzio più totale. Potrei sentirmi quasi sereno. Fuma il primo tea del mattino. Pasadena riposa chino. Il pendolo sopra al sensodromo perpetua moti impossibili. I presupposti per una giornata uguale a tutte le altre ci sarebbero tutti ma non riesco a non pensare. Se Dora ancora una volta avesse ragione? Se realmente esistessero ancora questi culti dimenticati da Dio? Dovrei collegarmi, mettermi a studiare il problema per risolverlo, o com’è nel mio stile, aggirarlo. In sintesi, sedermi al mio Desk. Vince invece la mia crisi esistenziale dell’ultimo mese ed è il vecchio comando del “play” a subirne le conseguenze. Vie facili. Vai Pasadena riemergi dalla cenere del giorno prima. Forza rottame sacro, mio ponte del passato, propaga vibrazioni nell’aria come solo tu sai fare… “Are you sure you want to live like common people, you want to see whatever common people see, you want to sleep with common people, you want to sleep with common people like me. But she didn’t understand, she just smiled and held my hand…” Bravo ragazzo. Pesto per terra, faccio ruotare il bacino, il brano giusto al momento giusto. Fanculo ai culti dimenticati da Dio. L’acustica della cella è ottima come del resto il livello di domotica avanzata, i problemi di inquinamento acustico sono stati oramai risolti una trentina di anni fa. Ora vediamo se riesco a risolvere i miei. Chiamatemi pure “l’ottimista senza requia”. Smuovo onde sonore incurante di tutto. Nessuno mi vede, manco io. “You’ll never live like common people, you’ll never do what common people do, you’ll never fail like common people, you’ll never watch your life slide out of view, and dance and drink and screw because there’s nothing else to do.” Niente da fare, ballarci sopra non risolve, il raggiro al problema non è riuscito, Dora bussa troppo intensamente al mio senso di responsabilità. Pasadena mode off…

16/04/2033 13:33:04

“Grande Ai-Zan, salue Legba! A l’heu qu’il e. M’a pe mande coument nous. Salue Legba…”

25/04/2033 19:38:07

Da sempre il mio planetario si è autocreato figure immaginarie dalle quali guardarsi bene, ma da bambino lo ammetto, la situazione sfuggiva di mano. Sogni compresi. La mia infanzia abita lontano. Solo qualche immagine trapassa l’atmosfera. I primi ricordi risalgono ai tempi della lampadina spina. Sempre accesa di notte come unica guida nell’oscurità, arma di difesa contro la tenebra. Chi abitasse dietro l’ombra della porta socchiusa della mia stanza fu fondamento dove poggiarono le mie più profonde paure. Passavo ore a fissarla. Finchè un giorno, stanco di ricevere lo stesso impulso visivo, il planetario pensò bene di creare lui, di sua iniziativa, qualcosa che non avevo mai notato prima… e così, dall’ombra uscì una gamba. Siamo alle solite, è stato il planetario a crearla o esiste sul serio? Da bambini si è saggi, si ascoltano i sensi con estrema attenzione. Per questo mi fidai di loro. La gamba c’era eccome. Un urlo soffocato, brividi, cardiopalma, sudore e coperte arricciate. I miei calcoli erano esatti, lì qualcuno c’era, e quel qualcuno c’era di sicuro da molto più tempo di me, del resto ero solo un bambino. Dato che alle conclusioni si arriva anche da bambini se quella cosa era lì da più tempo di me io cos’ero se non l’illegittimo usurpatore di spazi? Ero nella merda… e senza tante metafore. La paura insegnò molto quel giorno, al punto di abbandonarmi alla tenebra. Dimenticando fino ad oggi l’esistenza della lampadina spina. Così, senza lei, senza guida e senza luce l’ombra fu costretta a tornare da dove era venuta…

01/06/2033 24:00:00

Disturbi nell’etere, collisioni a est. Nel suolo terrestre qualcosa si muove, nella tetra gabbia della simulazione visivo sensoriale qualcosa sfugge al controllo, qualcosa placa i venti, qualcosa, alza le maree. Sacche di codice stagnante in brandelli di rete, voci tra veterani di guerre informatiche.

18/06/2033 16:29:66

Mi occuperò domani di Dora. Mi occuperò domani pure di me stesso. Mi occuperò domani delle sacche di resistenza terrestri che tuonano sorde vendette. Mi occuperò domani pure di pensare… “Sun is shining, the weather is sweet, yeah, make you wanna move your dancing feet now to the rescue, here I am want you to know, yall, can you understand? When the mornin gather the rainbow, yeah, yeah want you to know, I am a rainbow too now to the rescue, here I am Want you to know, yall, can you, can you, can you understand? Sun is shining, the weather is sweet now, make you wanna move your dancing feet, yeah but to the rescue, here I am want you to know just if you can, here I stand, no, no, no, no, no, no, no, no…” Pasadena mode on…

18/07/2033 15:49:45

Apro gli occhi, respiro. Oggi è tempo di agire. Iniziamo, bussano alla porta. Bussano alla porta? Non capitava da anni. Il nove millimetri posto all’esterno della cella inquadra divise, fuse insieme nella loro marmorea autorità. Due, identiche, blu cobalto sintetico, armate. Non c’è un cazzo da ridere. Pasadena mi guarda con l’espressione abbattuta di chi aveva previsto tutto. Infame. La temperatura sembra non essere più di 19 gradi precisi. La tiroide manda impulsi termoregolatori fottutamente scomodi. Bussano ancora, non insistentemente, senza fretta, come se la situazione fosse in mano loro. I miei feed-backs continui non riportano alla mente fatti illegali particolarmente rilevanti. Dovrei essere tranquillo. Difatti sono tranquillo. Mi agito, ma non traspare…

18/07/2033 15:50:05

Dora Hellman. No agente, nessuna Dora Hellman qui…

Modulo e crittografo un inutile “ti stanno cercando”, certo che lo saprà già. Respiro calmo. Quella donna è sempre stata così, troppo intelligente per non accorgersi delle cose, attenta. Ora, dopo ampio ritardo intuisco perchè in questi giorni non si era mai fatta vedere, non si era mai fatta sentire, disciolta nel cosmo. Troppo astuta, troppo paranoica per dimenticare dettagli. Mi sento per l’ennesima volta un libro aperto nelle sue mani… un opuscolo, aperto nelle sue mani. La adoro e la odio. Scaltra, risolutrice, fredda, armonica, decisa. Sono una delle tante pedine della sua scacchiera, un oggetto da gestire, un perno sul quale far ruotare i suoi calcoli. Non smetto di pensarla. Più frattale che donna. E ora? Ora non mi resta che aspettarla, come sempre è lei che gestisce i giochi ed io, spettatore, del suo ciclico teatro di vita…